Il concerto è finito.
I ragazzi sul palco hanno il sudore che brilla di rosso, verde e blu come le luci colorate. Francesco ha tolto la maglia come sempre. L’aria della sala è ferma e il pavimento di legno aspetta che qualcuno finalmente lo calpesti. Non c’è nessuno.
Il proprietario del locale ha voluto la band, li ha chiamati a suonare e poi è uscito a parlare con i suoi amici. Non è più rientrato. I ragazzi hanno suonato un’ora e un quarto. Si sono perfino divertiti tra il sudore, le birre e lo stare insieme.
Hanno lavorato. Il manager gli ha trovato una data e loro hanno fatto prove, hanno caricato le auto e sono arrivati nell’aria ferma e afosa di questa pianura. Non c’era il fonico, non c’erano gli strumenti e hanno fatto tutto loro.
Io c’ero. C’ero nell’auto troppo piena di strumentazione. C’ero mentre facevano avanti e indietro scaricando le chitarre e il basso, poi le aste, poi gli amplificatori, poi le pedaliere, poi la gran cassa, poi il tom piccolo, poi il floor tom, poi i piatti, poi i cavi, poi il mixer e poi tutto il resto.
C’ero nella sala vuota dove il proprietario non si è nemmeno degnato di rimanere. C’ero pure quando hanno chiesto la cena e con il senno di poi è stata una fortuna che non avessero niente per noi.
Siamo andati altrove. A due minuti a piedi, su una panchina a mangiare panzerotti con gli occhi sul capannone di un produttore di sistemi di fissaggio e assemblaggio.
È stato il mio primo pasto “da concerto” dell’estate. Quei pasti in cui mangi roba da bancarella, pizzette, roba fritta, paninoni, cose così. È stato il mio primo concerto dell’estate. La prima volta che prendo il bus per raggiungere Francesco che ha provato tutto il pomeriggio. La prima volta che lavoro in giro, abbandonata in qualche bar smangiucchiata dalle zanzare. La prima volta quest’estate che lo aspetto mentre smonta e rimonta la sua amata batteria.
Pensavo a tutto questo mangiando il mio panzerotto bollente mentre i ragazzi sbirciavano il parcheggio del locale sempre vuoto.
È rimasto vuoto per tutta la sera.
Loro però hanno suonato lo stesso. «A che ora cominciamo?» hanno chiesto qualche ora dopo, seduti al tavolo con l’immancabile birra.
Originariamente il concerto doveva essere alle 18:00. Perfetto per poter andare a dormire ad un’ora decente. Poi il tizio del locale lo ha spostato alle 21:00. Un po’ meno bene, ma comunque ok.
«Alle 22:00» ha dichiarato in fine. Era accanto a me, abbastanza vicino per non notare la mia faccia disperata.
Alle 22:00 hanno cominciato a suonare. Il locale vuoto con l’aria ferma e le luci calde, il proprietario fuori con gli amici a fumare una sigaretta. La porta sbarrata a tenere dentro il rumore e fuori il fresco. Irreale.
Hanno suonato lo stesso. Quando hanno finito sono usciti. I vestiti attaccati alla pelle e il bisogno di aria fresca. Nel sangue l’adrenalina del concerto e la frustrazione della sala vuota.
«Certo che però poteva stare dentro a sentirci, almeno per rispetto del nostro lavoro». Ha detto qualcuno. La voce rigida nell’aria scossa dalle sgommate di un pazzo che ha rifatto troppe volte la stessa rotonda.
«Anche perché ci hai fatti venire fin qui, non avevi la locandina fino a due giorni fa e il locale è tuo: lo saprai se domenica è o non è un buon momento per suonare»
«Ma adesso andiamo dentro e chiediamo il cachet, o, come minimo, il rimborso spese».
Il tono deciso sotto il cielo buio.
«Magari prima smontate tutto» ho detto io immaginando già una discussione che finisce con il comico via vai dello smontamento.
Hanno rimesso tutto in macchina tra «questo dove stava prima?» e «come abbiamo fatto a farci stare tutto» ripetuti. Sono rientrati nel locale. Io sono rimasta fuori a guardare dalle vetrate.
Parlavano uno alla volta, poi tutti insieme, poi di nuovo uno alla volta. Il proprietario trincerato dietro il bancone tappezzato di poster di One Piece e adesivi.
Da fuori non sentivo niente ma leggevo la rabbia e la delusione nei movimenti delle mani. Quando sono usciti sapevo l’esito prima che me lo raccontassero.
Siamo saliti in macchina senza niente.
In macchina mi hanno raccontato come è andata: «Gli abbiamo chiesto il cachet o il rimborso spese. Lui ha detto che la serata è andata male e quindi niente. Ha detto che i musicisti vengono gratis perché suonano per passione».
La famosa passione con cui si paga l’affitto…
Per un po’ nessuno ha detto nulla e questa verità così ignorata è rimasta padrona dell’auto.
«Io capisco che loro abbiano dei costi e che la serata non sia andata bene, però noi ci abbiamo messo tempo, soldi, benzina e lavoro – sono andati avanti a raccontare – Almeno 50 euro di rimborso spese poteva tirarli fuori. Invece no, ha detto che se avessimo voluto quei soldi ci avrebbe fatto pagare le birre che avevamo preso. Non venivo trattato così nemmeno a 17 anni».
Fuori dal finestrino la strada era un frullato di asfalto e fari.
«Ci ha detto che con il manager era d’accordo che se la serata fosse andata male non ci avrebbe pagato» hanno continuato poi.
Il manager.
Un tale che ha promesso di trovare delle date e che non sa garantire nemmeno un rimborso spese. Lo stesso tale che ha loro ha promesso il cachet.
«Con lui dobbiamo parlarci seriamente: o ci garantisce il cachet o non andiamo più»
«Ma ci serve davvero? A questo punto non facciamo prima ad arrangiarci?»
A questa domanda io ci sto ancora pensando. Non fanno prima ad arrangiarci?
Di musica non ne capisco niente, ma sono anni che intervisto musicisti. Ho assistito a truffe, ad etichette che se ne approfittano, a gente che spera di sfondare sui social, grandi festival che rifiutano i compensi e che chiamano artisti in condizioni pietose.
E ancora ho questa domanda che mi ronza addosso: come posso fare ad aiutarli?
L’unico strumento che ho è, come sempre, la scrittura e quindi ho deciso di scrivere questo episodio speciale di Come tutto è (s)partito.
Ho raccontato questa storia sperando che arrivi alle persone giuste. Qualcuno che ha un posto in cui far suonare gli artisti locali. Qualcuno che ha contatti, anche fuori regione, per farli suonare. Qualcuno che riconosca il loro lavoro.
Magari anche musicisti che abbiano voglia di lavorare in sinergia proponendo scambi tra regioni. O forse un centro sociale che si attivi.
Non lo so. E non sono nemmeno la persona giusta per saperlo. Però spero che da qualche parte ci sia una rete di persone che rispettano davvero questa passione e questo impegno.
Spero che questo articolo faccia nascere ponti, connessioni e occasioni.
Spero di non trovarmi più dentro un’auto di musicisti delusi che hanno messo professionalità, competenza e passione nelle mani di qualcuno che non ha saputo vederne il valore.
Quindi, per favore, fate girare questa storia perchè arrivi alle persone giuste.
Noi ci sentiamo al prossimo episodio
Daph
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